Alberto Gilardino: bomber di provincia o campione longevo?

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Una carriera con pochi eguali

La carriera di Alberto Gilardino comincia con un sei e mezzo. È il 5 gennaio del 2000, Gilardino ha 17 anni, il Piacenza gioca contro il Milan. Gilardino entra nel secondo tempo. In campo gli si avvicina Costacurta, non uno qualsiasi, e gli chiede: quanti anni hai? Da dove vieni? Poi gli dice che dev’essere bravo se è in campo così giovane. Gilardino gioca 34 minuti, tira una volta in porta. Il giorno dopo sulla Gazzetta dello Sport, accanto al sei e mezzo, si legge: «Debutta a diciassette anni portando un po’ di pepe davanti. Buone sponde, un tiro fuori». Il primo gol di Gilardino in Serie A arriva il 25 marzo 2000, contro il Venezia, a 120 secondi dal fischio d’inizio. Un tiro da fuori area, non un gol alla Gilardino. Prende un altro sei e mezzo. Stavolta la Gazzetta scrive che questo «prodotto del vivaio locale» per qualcuno è «un degno erede della dinastia Inzaghi». La stagione 2005-2006 per il Milan è quella immediatamente successiva alla finale di Istanbul. In attacco vanno via Crespo e Tomasson, arrivano Gilardino e Vieri, restano Shevchenko e Inzaghi. Gilardino si divide con loro le partite da titolare – ad Ancelotti di tanto in tanto piace giocare con una sola punta, il cosiddetto “albero di Natale” – e quando gioca si divide con loro pure i pezzi di campo. Gilardino mette insieme 17 gol in 34 presenze in campionato – da allora per il Milan soltanto Ibrahimović nella stagione 2011-2012 ha segnato più di 17 gol in Serie A – ma Shevchenko ne fa due più di lui. Il Milan non vince niente e anzi a fine anno viene coinvolto nel cosiddetto scandalo “Calciopoli”, penalizzato di 30 punti e retrocesso al terzo posto. Insomma, una buona stagione, non indimenticabile.

L’avventura in Nazionale

In estate ci sono i Mondiali. Per Gilardino sono il primo grande evento con la Nazionale dopo che Trapattoni decise scandalosamente di non portarlo agli Europei del 2004 (c’era Corradi, invece). Gilardino si gioca il posto da titolare con Luca Toni, che viene anche lui da un paio di annate strepitose (anche nei momenti migliori della sua carriera, Gilardino in Nazionale non è mai il titolare indiscusso). Nelle tre partite del girone gioca dal primo minuto, contro gli Stati Uniti fa anche gol. Negli ottavi di finale, contro l’Australia, gioca solo un tempo. Nei quarti di finale, contro l’Ucraina, non mette piede in campo. In semifinale, contro la Germania, entra a un quarto d’ora dalla fine del tempo regolamentare. Alla fine di quella partita Lippi fa una cosa dell’altro mondo, specie se si tiene conto che stava sullo 0-0 contro la Germania padrone di casa: fa uscire due centrocampisti e un attaccante (Perrotta, Camoranesi, Toni) e fa entrare tre attaccanti (Del Piero, Gilardino, Iaquinta). In campo rimane un altro attaccante, Totti, che gioca i tempi supplementari dopo quattro mesi di inattività e con i chiodi nella caviglia. Al 122′ l’Italia è avanti di un gol. Cannavaro sradica il pallone da due giocatori tedeschi e lo affida a Totti, che lancia Gilardino verso la porta della Germania. Gilardino ha davanti solo un giocatore tedesco e poi il portiere. Da quando è bambino, tutti gli allenatori che ha avuto gli hanno insegnato che in casi come questi può fare tre cose. Primo: trovare lo spazio giusto e tirare in porta. Secondo: fermarsi, far salire la squadra, cercare un fallo. Terzo: andare a tenere palla vicino alla bandierina, come gli suggerisce Caressa nella telecronaca che sappiamo tutti a memoria. Gilardino fa la quarta cosa, quella a cui non aveva pensato nessuno, quella impossibile e contro natura: si accentra, si guadagna lo spazio per tirare sul palo lontano e poi con una freddezza spaventosa, senza guardare, passa il pallone dall’altra parte a Del Piero, che arriva alle sue spalle. Gol. In finale Gilardino non gioca nemmeno un minuto.

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