Alessio Cerci: La triste parabola di un campione scomparso dai radar

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L’inizio di una carriera che prometteva gol e spettacolo

Nell’agosto del 2010 Alessio Cerci ha ventitré anni e una carriera che sembra entrata nel pericoloso vortice di occasioni perse che solitamente fa scivolare via le speranze di un’affermazione ad alti livelli. Pur essendo sotto contratto con la Roma fin dalla piena adolescenza non è mai riuscito a convincere gli allenatori giallorossi al punto di entrare in pianta stabile nel giro dei titolari, o almeno delle prime alternative. Dopo essere stato lanciato da Capello, ma solo alla sua ultima panchina nella Capitale prima della storica fuga notturna a Torino, rimane in disparte nella stagione dei cinque allenatori iniziata con Prandelli e finita con Bruno Conti, per poi venire bocciato a più riprese da un Luciano Spalletti che tra il 2006 e il 2009 lo manda tre volte in prestito a giro per l’Italia. Quello che succede a Cerci, però, è un evento che a sei anni di distanza non è ancora forse possibile decifrare come fortunato o sfortunato. Pantaleo Corvino, alla ricerca di una nuova tacca sulla cintura delle scommesse su calciatori da rilanciare e rigenerare, scende a Roma con un assegno di oltre quattro milioni di euro e torna a Firenze con il sostituto di Jovetic, infortunatosi al ginocchio e in procinto di saltare l’intera stagione. All’improvviso Cerci si ritrova addosso la maglia di una squadra che pochi mesi prima ha sfiorato i quarti di finale di Champions League, in piena crisi societaria, con un allenatore nuovo ed esigente come Sinisa Mihajlovic. Come se non bastasse, l’ambientazione è una città infuriata per una campagna acquisti poco entusiasmante – Boruc, D’Agostino e Cerci i soli acquisti – e devastata per la rottura delle speranze e dei legamenti del franchise player capace di dimostrare pochi mesi prima di poter trascinare la squadra a vittorie ambiziose in luoghi come Anfield. Se a tutto questo aggiungiamo il fattore dell’esasperata romanità di Cerci a confronto con la romanofobia fiorentina, Cerci diventa il cammello, e Firenze la cruna dell’ago.

La triste parabola discendente verso lo status di sgradito

La tappa successiva è praticamente obbligata, e costringe Cerci a tornare dall’unico uomo capace di comprenderlo e valorizzarlo incontrato nel corso della sua carriera. Nell’estate 2012 Gianpiero Ventura è appena riuscito a riportare il Torino in Serie A e non potrebbe chiedere niente di meglio di un’ala destra che conosce e che si è dimostrata capace di interpretare il suo 4-2-4. Il Cerci di Torino, nell’ambiente depressurizzato nel quale forse sarebbe dovuto arrivare due anni in anticipo, è un giocatore essenziale e funzionale, liberato dalla propria tensione verso il caos. Come se Ventura avesse preso uno straccio e, delicatamente, iniziato a cancellare le pennellate ribollenti di una tela di Pollock per scoprire poi, sotto, uno dei Tagli di Fontana. Nella prima stagione in granata più degli otto gol, il primo dei quali segnato proprio alla Fiorentina – con doverosa esultanza annessa – fanno notizia i dodici assist, il doppio di quanti ne aveva serviti complessivamente in Serie A in tutta la sua carriera. L’anno successivo il Torino decide di scommettere sulla ri-esplosione di Immobile, frenato a Genova dopo la devastazione del campionato cadetto con la maglia del Pescara, e Ventura ha l’intuizione più felice della sua carriera: passare definitivamente al 3-5-2 accoppiando proprio Cerci all’attaccante napoletano. I due insieme segnano 35 gol, scomodando a più riprese la coppia Pulici-Graziani dando in alcune occasioni dimostrazioni di uno strapotere di coppia raramente visto negli ultimi anni in Italia, su tutti il celebre Torino-Genoa 2-1, fondamentale per la corsa all’Europa, ribaltato nei minuti di recupero. Dopo un solo anno saluta anche Milano, ancora una volta tra i fischi, ancora una volta con dichiarazioni cariche di veleno e risentimento. Passa al Genoa per trovare la via attraverso cui essere ancora considerato un calciatore di livello, a sole due stagioni di distanza dai fasti di Torino, ma le sue prestazioni, nonostante i quattro gol, non sono mai eccellenti e lo trascinano nel baratro dei calciatori normali. Con il fallimento delle visite mediche a Bologna in chiusura di mercato anche questo status viene minacciato, dall’incombente ombra dell’etichetta di “giocatore finito”.

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