Domenico Berardi: grandi numeri ma ancora scarsa concretezza

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Uno stile inconfondibile

Domenico Berardi in realtà è solo il nono giocatore della Serie A per quantità di tiri ogni ’90 (fra quelli che hanno giocato almeno 2000 minuti), ma la sua percentuale di conversione è tristissima: ha bisogno di più di 21 tiri per fare gol, nessuno peggio di lui. Come faceva notare Flavio Fusi in un pezzo di qualche mese fa, la sua efficienza sotto porta è letteralmente crollata. Questo aspetto, più di ogni altro, ha fatto vincere Berardi su altri maestri di fumosità: Perotti, con le sue meravigliose e inutili sgroppate sulla fascia; Cerci, che viene candidato nelle categorie negative d’ufficio; Andrè Silva, che ha dimostrato un’ascesi quasi zen nel non concludere assolutamente nulla in campo (dopo un arrivo in pompa magna). Berardi è sembrato più fumoso di tutti loro forse perché lo spreco dei palloni è sembrata una grande metafora della dissoluzione del suo talento. A 24 anni Berardi avrebbe dovuto essere la stella dell’Italia ai Mondiali, invece è ancora a Sassuolo a svirgolare tiri verso le tribune vuote. Il rientro da destra sul sinistro e il tiro sul palo lontano è comunque la signature movedi Berardi, il modo con cui ci ha mostrato la sua eccezionalità nei campionati scorsi, quando Sacchi era arrivato a definirlo “un giocatore totale”. I suoi tiri però col tempo sono sembrati sempre più spuntati, i suoi primi passi sempre più pesanti.

Numeri impressionanti

Adesso Berardi sembra solo un mitomane, nel senso che descrive la Treccani di “persona che vive in una realtà fittizia”, in cui i suoi tiri a giro dovrebbero sempre infilarsi nel sette lontano. Berardi sembra uno di quegli oggetti alla deriva che hanno perso la loro forma originaria, diventando relitti, un palloncino sgonfio, una scarpa rotta, un pupazzetto buttato per strada. Le sue corse da destra a sinistra, i suoi mancati passaggi ai compagni, i suoi tiri fuori equilibrio, sono rimasti come testimonianza che l’idea che Berardi ha di sé ormai non corrisponde più a quella che tutti noi possiamo vedere. Per questo c’è una grande malinconia nella figura del calciatore fumoso, quella di chi vede le proprie ambizioni infrangersi su una realtà grigia. Solo che nessuno è pronto a concedere compassionea Berardi: ora che la sua antipatia non è neanche giustificata dal suo talento tutti possono odiarlo senza censure. Forse è anche per questo che Berardi quest’anno è riuscito a vincere questo premio, superando la “linea Cerci”, quella per cui le prestazioni non bastano più per giustificare il fatto di avercela col mondo. Come Cerci, Berardi sembra non far niente per voler piacere a qualcuno. Le sue interviste e i suoi sorrisi sono più rari dei suoi passaggi e sembra esprimere se stesso solo nei brutti gesti in campo.

 

 

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