Gabriele Marchegiani: il fardello di portare quel cognome sulle spalle

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Tanta pressione sulle spalle

Buona la prima per Gabriele Marchegiani. Debutto da titolare in Serie B questa stagione a Trapani per il giovane portiere della Spal, che ha messo le sue manone sull’1-1 finale. Personalità e talento da vendere, sulle orme del padre Luca, storico portiere della Lazio e protagonista ai Mondiali di Usa ’94 con la nazionale. A dividerlo da papà solo il tifo: bandiera laziale il genitore, romanista il figlio. Nel 2009 così Gabriele decide di rifiutare la chiamata dei biancocelesti per approdare in giallorosso. Cresciuto fra il centro federale dell’Acqua Acetosa e le giovanili del Chievo, dove ha disputato le categorie primi calci e esordienti, nella Capitale si è messo in luce con la scuola calcio Futebolclub a Roma Nord. Fisico imponente e una sicurezza fra i pali che impressionano gli addetti ai lavori. A volerlo fortemente a Trigoria è Bruno Conti, che lo affida alle cure di Vincenzo Montella. Con l’Aereoplanino in panchina il feeling è immediato e i giallorossi fanno incetta di vittorie nei Giovanissimi.

L’approdo tra i professionisti

Percorso netto sino alla Primavera, dove nel 2015 firma l’impresa in Youth League contro il City allenato da Vieira. Due rigori parati per griffare il miglior risultato di una italiana nella mini-Champions giovanile. Lo sbarco nei professionisti arriva nella scorsa stagione: in Lega Pro, però, trascorre alla Pistoiese un’annata intera da dodicesimo, chiuso da Iannarilli che sfodera un rendimento altissimo tanto da essere eletto a fine campionato come il miglior portiere della categoria. Le numerose panchine inducono la Roma in estate a cederlo: Marchegiani vola così a Ferrara, dove la Spal gli fa firmare un biennale. Complice l’infortunio di Meret, stasera al Provinciale arriva la grande chance e Marchegiani risponde presente. Nell’impostazione coi piedi e nel richiamare i difensori ricorda in maniera inequivocabile papà Luca. Ora viene il bello, Gabriele vuole continuare a volare da un palo all’altro per arrivare un giorno in Serie A. Senza l’ombra ingombrante del genitore-campione, ma solo con le sue capacità. Non chiamatelo figlio di papà…

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