Nicola Sansone: la fuga degli italiani all’estero

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Pregi e difetti

A 24 anni Sansone deve ancora migliorare sotto molti aspetti. C’è il vizio delle palle perse, 12 a partita, e quello dei dribbling negativi inferiori a quelli riusciti (2,11 vs 1,36). Non tira quasi mai di sinistro (soltanto 3 volte), il suo piede è il destro (50 conclusioni, 4 gol). Ma questo accadeva molto di più qualche anno fa, quando giocava a Crotone in Serie B e anche a Parma; Sansone accendeva la luce e la spegneva con la stessa rapidità. Oggi no. Una delle partite più importanti ai fini di questa crescita la gioca contro il Parma l’anno scorso. Al Mapei Stadium non c’è molta gente, è una grigia giornata di marzo. I crociati sono condannati alla retrocessione, ma lo spirito è alto e la partita gradevole. Sansone ne fa due. Il primo gol è un tocco ravvicinato, brutto e sgraziato come un fenicottero. Il secondo invece mostra con chiarezza le sue qualità di talento: palla sulla trequarti, controllo e conclusione da lontano. A fine partita Di Francesco dirà: «Lo aspettavo da tempo. Era un periodo un po’ buio per lui, finalmente Sansone è tornato il giocatore che conoscevo». Da lì ha sbagliato poco, o sempre meno. Il merito va anche a Di Francesco. L’allenatore neroverde è stato abile nel gestire il suo apporto alla squadra. A sinistra, ovviamente, posizione preferita da Sansone, dove la quantità di palloni giocati è impressionante. Ne gestisce più sull’out che al centro, è lì che iniziano le manovre (111 tocchi), e via via scalano ogni cinque metri all’interno del terreno di gioco (94), o anche dieci (82). In quel perimetro che Sansone dà il meglio di sé. È in grado di farlo nel 4-3-3 molto bene, ma anche il 4-4-2 gli permette di avere quell’accelerazione devastante utile più ai compagni che a se stesso. Velocità, intensità, testardaggine.

Un talento da non disperdere

Il percorso in Nazionale di Sansone passa da tutte queste cose: dall’aria cosmopolita di Monaco, dai ricordi meravigliosi del Mondiale 2006, dagli allenamenti con Van Gaal, «grande insegnante e grande dittatore», dall’esperienza a Parma e adesso da questa, eccellente, con la maglia del Sassuolo. Passa persino dalle confusioni legate alla fede da calcio. Ha detto più volte di essere tifoso dell’Inter per «i miei idoli Ronaldo e Baggio», poi del Milan «perché l’Inter non vinceva mai», una volta ha persino ammesso una forte simpatia per il Napoli, ché «mio padre è campano e se vince sono molto contento». Tutto in Sansone spinge all’italianità, alla voglia di poter vestire la maglia dell’Italia con continuità. Questo è il dilemma: essere da Nazionale o non essere da Europei? Per la stagione che sta giocando meriterebbe un’opportunità. Una convocazione sorprendente. Nell’Under17 faceva parte di un gruppo di “stranieri”, come li avevano chiamati in quegli anni, ragazzi che giocavano all’estero (ma italianissimi). Sui giornali era scoppiata la polemica: «Non convocate i giovani che fuggono: non vanno premiati», aveva detto Mino Favini, maestro di vivai dell’Atalanta al Corriere della Sera. Era il 2007. Avremmo perso per strada talenti come Sansone? Non è detto. Probabilmente sì.

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