Tattica calcio: il falso nueve da Guardiola a Bela Guttmann

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Attaccante si o no?

Per comprendere quanto il calcio e le sue tattiche siano cambiate nell’ultimo ventennio basta pensare all’evoluzione subita dal ruolo spesso più importante in una squadra, ossia l’attaccante, quel finalizzatore chiamato a coronare le trame di gioco poste in essere dal resto della compagine. Ieri vi abbiamo raccontato della filosofia di Zdenek Zeman, oggi abbiamo deciso di focalizzare l’attenzione su un aspetto particolare, il ruolo dell’attaccante. L’idea di un calcio senza prime punte potrebbe apparire addirittura utopistica, dimenticando volontariamente il Barcellona di Pep Guardiola, trionfatore in Spagna e in Europa tra il 2008 e il 2012, caratterizzato da un lotto di campioni eccezionali, e che basava il proprio credo sul principio del cosiddetto “falso nueve“. Il tiki taka dell’allenatore catalano, infatti, prevede un predominio assoluto per quanto riguarda il possesso palla, risultato garantito da interpreti sublimi come Xavi o Iniesta, e una fitta ragnatela di passaggi rigidamente rasoterra al fine di costringere la difesa faticare molto e rincorrere sempre. La palla, in questo senso, non viene mai giocata istintivamente ma sempre all’interno di un progetto lungimirante, che contempla la verticalizzazione soltanto nel momento in cui la formazione avversaria, ormai stremata, commette un inevitabile errore.

La tattica calcio con l’introduzione del falso nueve

Nel contesto suddetto si inserisce la figura del falso nueve, cioè dell’attaccante che ricopre soltanto apparentemente quel ruolo. Ciò che sembrerebbe un mero espediente tattico e in seconda sede narrativo, è volto a far sì che calciatori estremamente tecnici e rapidi negli spazi stretti possano inserirsi più facilmente nella porzione di campo rimasta libera, cogliendo spesso di sorpresa la retroguardia avversaria attraverso combinazioni imprevedibile e difficilmente preventivabili. L’espressione “falso nueve” deriva dal fatto che, quando ancora si scendeva sul terreno di gioco con i numeri dall’uno all’undici, Cruyff escluso, il numero nove era notoriamente riservato alla prima punta, sebbene nel calcio quest’associazione numero-ruolo si è andata dissolvendo a differenza di quanto avviene nel rugby. In realtà, l’invenzione di questo concetto precede di molto il Barcellona dei marziani e risale al calcio ungherese, quando Bela Guttmann, allenatore del Kispest, dovette trovare una soluzione all’improvvisa assenza per infortunio del suo centravanti titolare Voriki, a cui pose rimedio mediante l’ingresso in campo del giovanissimo Ferenc Puskas, un campione autore di 352 goal in Ungheria senza sommare quelli realizzati con la maglia del Real Madrid. Dettaglio non trascurabile, quel ragazzino che quel giorno marcò il suo esordio era tutto tranne che un attaccante, a testimonianza che una pratica ritenuta molto moderna ha origini ben più antiche di quello che si possa immaginare. Chiaramente, come in ogni assetto di gioco che si rispetti, l’idea fa la sua parte, ma gli interpreti chiamati a concretizzarla ne determinano l’efficacia, perchè tutti gli sport si giocano, non si allenano.

A cura di Simone Brugnoli